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le nostre attività


Martedi 10 Luglio p.v. Assisteremo al Teatro alla Scala alla rappresentazione dell' opera buffa in tre atti
" Don Pasquale" di Gaetano Donizètti.

Dal " Don Pasquale " : " il marito vede e tace,
quando parlo non m'ascolta,
va a letto bel uomo,
sia cheto il tuo sonno,
per tempo a svegliarti,
la sposa verrà"

Dopo lunga assenza torna alla Scala il Don Pasquale di Donizètti.
Torna il "Gaetanin", come lo chiamava un amico mio bergamasco,con la sua ironica, allegra e pur lirica visione dell'umanità.
Sembrava finito in soffitta, dove vanno a riposare le vecchie cose e invece torna a deliziarci con la sua divertente rappresentazione della vanità sconfitta e umiliata, che non sa invecchiare col tempo
e che ci dice: amico, guardati allo specchio e rifletti, quel don Pasquale sei anche tu, perchè questa è la vita!
C.A.B.

La presentazione e il contenuto scenico musicale dell'Opera saranno
illustrati
LUNEDI 9 LUGLIO ore 21.00
dalla cantante lirica e insegnante di canto Sig. Rita Antoniazzi, presso la Biblioteca Comunale "Alda Merini di Casorate Sempione - via De Amicis 3

L'nvito ad assistere alla presentazione dell'IOpera è esteso a tutti coloro che desiderano farsi unacultura musicale.

L'INGRESSO E' LIBERO!



Per gli iscritti all'evento:

La partenza per assistere allo spettacolo sarà MARTEDI 10 LUGLIO alle ore 18.00 dal parcheggio
del Centro Anziani di via De Amicis a Casorate Sempione.
Si raccomanda la puntualità.

La responsabile
Carmen Bertolo


Avventura alla Scala
LES CONTES D'HOFFMANN
(I racconti di Hoffmann)


Quando si parla della Scala tutti appendono il cappello allo stesso chiodo: "Il tempio della lirica", dimenticando che sul frontespizio si legge: TEATRO alla SCALA.
La paroletta teatro non solo passa in secondo piano, ma scompare del tutto seppellita dal concetto di lirica, il che non solo è limitativo, ma addirittura castrante. Al di là di tutti gli aggettivi coi quali si può qualificare, un teatro è comunque considerato in primis un luogo di svago e di divertimento poi, e solo per troppo pochi, eventualmente, anche un luogo di cultura. In realtà, consciamente o meno, è il luogo dove andiamo a rivedere sulla scena l'infinito bagaglio dei nostri difetti e delle nostre virtù più o meno segrete che presuntuosamente riconosciamo in chi ci siede accanto, ma mai in noi stessi. Eppure ogni rappresentazione è specchio del nostro io, della società in cui viviamo da attori protagonisti, sintesi della realtà e dei tempi che ci appartengono, che ci fanno piangere, sorridere o ridere sguaiatamente come se ci fossero estranei. Attraverso l'arte nella sua accezione più nobile ed elevata, il teatro, col suo realismo falsamente fittizio, è l'implacabile specchio del nostro volto.
Il 3 febbraio scorso mi ci son recato per assistere all'opera citata, a me totalmente sconosciuta e l'ho voluto fare a modo mio, senza preparazione alcuna, senza preventive letture di presentazione, commenti, critiche o biografie di sorta. Volevo gustarmi le sensazioni mie più genuine e spontanee senza la contaminazione del pensiero altrui.
Don Abbondio si chiedeva chi fosse Carneade, io Hoffmann e venni a scoprire solo in corso d'opera ch'era il nome del protagonista tratto da un dramma di Jules Barbier e Michel Carré, musicato non in toto da Jacques Hoffenbach, che morì ad opera incompiuta quattro mesi prima che la sua creatura andasse in scena. (notizie apprese a posteriori).Per la trama e lo svolgimento della Pièce, lascio al lettore l'incombenza di sorbirsi il libretto relativo. Io voglio invece descrivere quel che la rappresentazione ha raccontato alla mia sensibilità e che non compare in nessuna critica o libretto che l'accompagni. L'opera m'è parsa una tricotomia (divisione in tre parti) della personalità muliebre (femminile). Nel primo atto il robot Olympia m'è sembrato rappresentare la donna nella concezione del passato: donna oggetto solo corpo e niente cervello: un essere inferiore da usare. Nel secondo atto, a mio avviso il più interessante, emerge una donna: Antonia, dilaniata dal conflitto tutto moderno (più che avveniristico per l'epoca) tra la realizzazione sociale di se stessa nella professione alla pari con l'uomo e la contemporanea spinta spinta a realizzarsi come donna nella sua femminilità di amante e amata, moglie e sottinteso madre. Vi ho visto in germe il nascere del femminismo che in quel secolo prese a manifestarsi con le suffragette. Nel terzo atto, in Giulietta, ho visto la donna ammaliatrice: la Eva di tutti i tempi capace di soggiogare gli uomini e il mondo intero con l'unica arma in suo possesso: la femminilità,beffandosi della pretesa superiorità maschile. Non si tratta della descrizione di tre donne diverse, ma di tre aspetti della stessa donna. Regista degli avvenimenti altri non poteva essere che il demonio, personificato ora da Coppelius che dona gli occhi al robot Olympia, ora dal dottor Miracle che esaspera il conflitto di Antonia fino a portarla alla morte, Ora da Dapertutto che si serve della seduttrice Giulietta. Il suo trasformismo rappresenta la polimorfia (forma molteplice) del principio del male che tira le fila della vicenda in contrapposizione con Stella: la musa o principio del bene che alla fine salva il poeta debosciato ed ubriacone dall'autodistruzione, in conflitto col mondo intero e con se stesso, riavvicinandolo all'arte. Il prologo presenta l'opera come il sogno o meglio il delirio di un ubriacone, ma il delirium tremens ha ben altre manifestazioni: le zoopsie (animaletti immondi) di cui l'autore non poteva essere all'oscuro. L'incipit che non ha nulla a che fare con esse, mi pare quindi solo uno stratagemma artistico: spunto per dare senso alla narrazione fantastica che si conclude con l'epilogo nella taverna di Maitre Luthèr e gli stessi bagordi del prologo. Forse tutto questo mio modo d'interpretare fu inconscio agli autori stessi nonché ai critici, ma la straordinarietà di quest'opera sta nella sua attualità storica e nei suoi simbolismi più che evidenti;
talmente strabiliante da far riflettere sulla enorme sensibilità degli artisti nel precorrere i tempi con un'intuizione a loro stessi ignota, quai fossero dei veggenti o degli oracoli. Tutto questo per dimostrare che all'opera non ci si va soltanto per vedere e rivedere i capolavori noti e stranoti. Il tempo passa, i gusti mutano e l'arte è in continuo divenire come l'uomo. Avere paura del nuovo ti rende un fossile senza futuro. A' suivre...
Carlo Antonio Bertòlo





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